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ROMA (28 aprile) - L’estate del Liga è cominciata a marzo. Con uno di quei compleanni che non si dimenticano: 50 anni, vale a dire il segno, volenti o nolenti, della sopraggiunta maturità. Invito implicito a mettersi in pista e darne prova. Ed ecco Luciano che esce dalla sua tana, confessa di aver vissuto un periodo non proprio felice, ne racconta qualcosa anche nel nuovo album bello tosto e pregusta già una serie di quei concerti oceanici, ovvero negli stadi, che sono un bel tonico per qualsiasi bisogno di tenere alta la propria autostima.
Debutto a Roma, Stadio Olimpico, il 9 luglio, replica il 10, trasferimento a Firenze (il 13), doppia Milano (16 e 17), Padova (il 20) e Messina (il 24): una vera campagna d’Italia (chi oggi si può permettere di riempire due volte l’Olimpico, a parte Vasco?) coi suoni e i temi lanciati proprio dal cd in uscita, il numero nove della sua carriera, a cinque anni dall’ultimo di inediti (Nome e Cognome), a venti esatti dal suo debutto e così atteso da essere già multiplatino in prenotazione (sarà in vendita dall’11 maggio).
L’aria che si respira nel neocinquantenne Ligabue da Correggio è chiara fin dal titolo, Arrivederci, mostro. Insieme invito a lasciare da parte «fantasmi, ossessioni, condizionamenti» e a ritrovare «voglia di giocare, leggerezza, energia e fiducia», secondo l’augurio che lancia l’ultimo verso cantato dell’album Il meglio deve ancora venire (che poi è il titolo di quella canzone conclusiva) che fa il paio con un’altra frase scolpita nel disco: Vivere è un atto di fede contenuta in un altro brano di un lavoro molto autobiografico, introspettivo, denso, dove i suoni rock fanno da muscoli e le chitarre hanno modo di provocare le giuste scintille, sapientemente combinati dal produttore Corrado Rustici.
«Quello che voglio è arrivare alla gente più che posso. Sono contento quanto una mia canzone la fischietta un muratore come un avvocato, senza dover fare salti mortali per far parlare di me a tutti i costi» confessa il rocker emiliano nel suo studio di Correggio. Eppure la chiave per rinnovare quel rapporto, spiega, «sta nel sapersi raccontare anche rischiando di essere vulnerabile».
La ferita personale a cui si riferisce, riguarda un fatto assai privato che questa volta Liga, persona abitualmente riservata, preferisce rivelare: “Quello di Caro il mio Francesco non è un attacco, ma uno sfogo. Ero molto sensibile in quel momento, io e la mia compagna abbiamo perso un bambino al sesto mese di gravidanza nel novembre 2008. Un lutto con cui è difficile pacificarsi». In quello stato d’animo, nel corso di una notte senza sonno, è nata una canzone in forma di lettera inviata a Guccini, uno sfogo verso la “spocchia, lo snobismo e l’incoerenza” di alcuni colleghi e addetti ai lavori.
Per fortuna i tempi sono cambiati. E oggi Luciano ammette di «vivere un periodo buono». «Riesco a sentire l’affetto del pubblico. Crescendo sono riuscito anche a controllare il lato permaloso del mio carattere e a trovare una vena ironica, anche se poi la mia ironia non è facile da capire, e me ne rendo conto. Ma, per esempio, la frase con cui apro il brano Nel tempo, che dice: “C’ero quando sono nato” a me fa molto ridere. Il lato positivo si avverte nei pezzi più leggeri: per esempio nel riuscito Taca banda, un blues-shuffle che segna la presenza alla batteria del figlio di Luciano, Lenny.
Il brano più rock e tosto è La verità è una scelta: «Ha delle sonorità noise e una veste potente» commenta. Dalla session di Arrivederci, mostro! è spuntata anche una versione acustica del primo singolo, Un colpo all’anima, versione acustica che verrà inserita in una ripubblicazione del disco prevista per Natale: «Volevo far capire come a volte basta cambiare vestito ad una canzone perché quasi cambi di significato», ha raccontato.
Ligabue in tour, debutto a Roma
Il cantautore parla del suo cd "Arrivederci, mostro!"
L’estate del Liga è cominciata a marzo. Con uno di quei compleanni che non si dimenticano: 50 anni, vale a dire il segno, volenti o nolenti, della sopraggiunta maturità.
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